I consigli dell'esperto

Fertility day: la realtà al di là di una comunicazione sbagliata

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Scritto da R C

I consigli della ginecologa, Dr.ssa Stefania Piloni, Ginecea.

Al di là delle polemiche sul tipo di messaggio diffuso lo scorso 22 settembre, dal Ministro Lorenzin per promuovere il “Fertility Day”, resta la realtà tutta italiana di un paese il cui tasso di fertilità è tra i più bassi d’Europa, e del mondo; infatti vantiamo la media di 1,35 figli a donna ma per “fare andare avanti il mondo” ne servirebbero 2,1!

“I centri di procreazione assistita sono pieni di coppie in attesa, ma, nella maggior parte dei casi, il vero problema alla base dell’infertilità femminile è l’età: per questioni culturali, ma non solo, le donne italiane tendono a rimandare la prima gravidanza, ma dopo i 35 anni la fertilità scende vertiginosamente e, anche in assenza di vere e proprie patologie, restare incinte può rivelarsi difficile”, spiega la dottoressa Piloni.

“I messaggi identificati per far emergere una realtà che è un dato di fatto sono stati senz’altro infelici, in termini di comunicazione, ma la verità è che l’orologio biologico femminile oggi si scontra con le tempistiche che il lavoro e la società ci impongono, ma anche con le aspettative personali che ciascuna donna ha sul proprio progetto di vita. Si vorrebbe che la maternità arrivasse al “momento giusto” perché è un avvenimento che “cambia totalmente la vita”, che comporta impegni economici e un’organizzazione dei tempi e delle risorse del tutto nuova. Ma l’idea di sentirsi comunque e sempre “in tempo” è un’idea illusoria, perché la biologia mantiene ancora un ruolo in certi contesti”.

Qualche consiglio per ripensare il “Fertility Day” in termini “positivi”? Secondo la dottoressa Piloni “Tenere conto del fattore età: il primo figlio andrebbe fatto prima dei 35 anni, se si desidera diventare madri. Dopo quell’età, oltre a diminuire la fertilità femminile, aumentano i rischi di patologie in gravidanza sia per il feto sia per la donna”.

“E’ necessario anche riflettere sul fatto che un figlio è un progetto personale, sul quale ci si confronta con se stesse e con il partner, non con il proprio capo o con l’azienda in cui lavoriamo. Non si tratta di un meeting da fissare in agenda, ma di una vera e propria rivoluzione. Una bellissima rivoluzione! Per lavorare abbiamo tutta la vita, fino e oltre i settant’anni, e non dobbiamo lasciare che i tempi della nostra agenda lavorativa prevalgano sul desiderio di essere genitori”.

“La fertilità va preservata, con controlli regolari. E qui le donne, abituate ad andare dal ginecologo, sono avvantaggiate, perché gli uomini generalmente non vanno dall’andrologo se non dopo i 50 anni per controllare la prostata. Alcune patologie asintomatiche possono portare all’infertilità maschile, a partire dal classico varicocele, che una volta veniva scoperto in caso di visita pre-servizio militare e che oggi, invece, ci si porta dietro senza saperlo, salvo poi riscontrare difficoltà nel concepimento”.

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