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Essere intelligenti non è solo questione di geni

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Scritto da Fiammetta Trallo
L’intelligenza non dipende solo dalla genetica ma si costruisce a partire dai primi anni di vita; inoltre, l’ambiente familiare in cui si cresce riveste un ruolo importante per lo sviluppo del cervello dalla prima infanzia e per tutta l’adolescenza.

La scuola può molto, ma nei primi anni di vita la maturazione del tessuto cerebrale e l’intelligenza si forgiano dentro le mura domestiche. Nessuna scuola, anche con programmi e insegnanti super specializzati, sarà in grado di recuperare ciò che un bambino non ha spontaneamente imparato in famiglia e nell’ambiente in cui è cresciuto.

Le più recenti ricerche scientifiche sulla maturazione del cervello sono tutte concordi nel ritenere che a rendere i bambini intelligenti è l’interazione tra geni e ambiente familiare in una finestra temporale molto stretta che si chiude prima dell’apertura della scuola. Martha Farah, dell’Università della Pennsylvania, ha seguito lo sviluppo del cervello di 64 persone per oltre 20 anni (da quando ne avevano quattro) dimostrando che i primi anni di vita del bambino influenzano quelli successivi.

La spiegazione è nella crescita delle sinapsi, ovvero le connessioni tra le cellule cerebrali. Alla nascita si formano migliaia di miliardi di sinapsi. All’inizio sono circa 2.500 per neurone e 15mila verso i due/tre anni. Poi iniziano a decrescere perché il cervello fa pulizia eliminando quelle che ritiene inutili. Crescita e decrescita del numero di sinapsi, indispensabili per la maturazione delle funzioni del cervello, sono influenzate da quello che succede nell’ambiente circostante. Affetto, attenzioni e stimoli nei bimbi più piccoli rinforzano le sinapsi. Se l’ambiente familiare ha poca affettività si generano meno sinapsi e minore possibilità di sviluppo cerebrale. La maturazione del cervello continua anche oltre, ma entro i tre anni il più è fatto.

Durante l’adolescenza, poi, avvengono cambiamenti che influenzano comportamenti e relazioni con gli altri. Un recente studio australiano apparso su Jama Psychiatry ha documentato che il livello economico del quartiere in cui si vive, e non tanto quello familiare, è associato a differenze di sviluppo cerebrale nel periodo compreso tra l’inizio e la fine dell’adolescenza soprattutto a livello dell’amigdala, un’area del cervello che volge un ruolo centrale nel regolare le emozioni. Nei teen agers più svantaggiati sono state evidenziate anche differenze nei lobi temporali del cervello tali da influenzare espressione verbale, stress e memoria.

I comportamenti genitoriali positivi sembrano moderare gli effetti negativi di un ambiente povero. Atteggiamenti affettuosi e motivanti riducono di molto le difficoltà di vivere in ambienti socioeconomicamente svantaggiati; i risultati si vedono soprattutto nei successi scolastici. La combinazione tra crescita in un quartiere povero e scarsa positività del comportamento genitoriale, invece, è legata a maggiori probabilità di abbandono della scuola specialmente nei maschi.

Psicologi e pedagogisti incoraggiano i genitori e le altre figure con cui i bambini crescono a giocare e comunicare con loro, costruire relazioni fatte di azioni e reazioni ed esprimere sentimenti ed emozioni con il dialogo. I comportamenti positivi consistono in approvazione, osservazioni affettuose o simpaticamente ironiche ma anche pianificazioni di cose da fare e risoluzione di problemi. La varietà di parole del frasario usato, inserite in discorsi ricchi di emotività, risulta più incoraggiante delle parole con cui si comunicano solo rimproveri o istruzioni tecniche come: “rimetti a posto i giochi, vieni qua, non piangere”.

Se si vogliono figli intelligenti bisogna, quindi, dedicare loro più pomeriggi di giochi indipendentemente dallo stato socioeconomico della famiglia.

Dr.ssa Fiammetta Trallo, Medico Ginecologo, Giornalista della salute

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