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L’endometriosi non sempre è dolorosa: a volte è solo una nemica silenziosa

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Scritto da Fiammetta Trallo

Mestruazioni dolorose al punto da doversi assentare da scuola o dal lavoro, dolori pelvici durante e dopo i rapporti sessuali, dolori addominali, intestinali, urinari e la gravidanza che non arriva. Sono questi i sintomi dell’endometriosi, una malattia che colpisce il 10% delle donne europee di un’età compresa tra i 15 e 49 anni.

Solo in Italia, si stima che siano circa 3 milioni le donne affette, addirittura 1 su 2 nella fascia di età che va dai 29 ai 39 anni, mentre nel Regno Unito l’endometriosi rappresenta la seconda patologia ginecologica benigna dopo i fibromi uterini.

Perché di questo si tratta: di una malattia benigna, che ha tuttavia costi personali e sociali spesso elevati tra scarsa qualità della vita e rischio infertilità oltre a giornate di lavoro perse, circa 5 al mese.

In tutt’Europa si calcola che ammonti a 30 miliardi di euro la spesa per congedi lavorativi a causa della sintomatologia dolorosa endometriosi-dipendente. Il dolore, spesso acuto e aspecifico è il sintomo più caratteristico e in molti casi si manifesta solo in concomitanza delle mestruazioni.

Può passare inosservato per anni, ritardando, invece, la diagnosi di quella che è una condizione patologica cronica e spesso invalidante se si diffonde a tutto l’addome, alla schiena, all’intestino o alla vescica. L’altro risvolto negativo è l’infertilità tanto che circa il 30-40% delle donne affette deve ricorrere alla Procreazione Medicalmente Assistita. Molto spesso si tratta di donne che scoprono di essere affette da endometriosi solo durante l’esecuzione di accertamenti eseguiti dopo anni di ricerca di una gravidanza che non arriva.

Come per altre malattie, anche per l’endometriosi la diagnosi precoce ne riduce la progressione e di conseguenza migliora la qualità della vita e preserva la fertilità. Oltre la sterilità, l’endometriosi può predisporre alla menopausa precoce, un problema che di base interessa l’1% delle donne, percentuale che sale all’8% nelle donne affette dalla malattia. Le cause sono molteplici e spesso imputabili agli interventi chirurgici, anche ripetuti, di asportazione di cisti ovariche endometriosiche o di un intero ovaio, se sede di una grossa cisti, che comportano una significativa riduzione del patrimonio follicolare ovarico.

Si potrebbe immaginare che la menopausa, precoce o fisiologica che sia, possa essere un sollievo. Il calo degli estrogeni nella peri e post-menopausa, interrompendo il ciclo mestruale, per molte donne diventa risolutivo in primis dell’intensa dismenorrea e poi delle altre manifestazioni dolorose associate. Ben vengano le vampate, l’irritabilità e l’insonnia se il dolore sopportato per anni è sparito. Purtroppo, non è sempre così in quanto a stadi avanzati i sintomi non solo persistono ma possono non scomparire del tutto.

Il sospetto clinico di endometriosi, anche nelle adolescenti, deve essere posto tutte le volte che si manifestano uno o più dei seguenti sintomi:

  • intensa dismenorrea con ripercussioni rilevanti sulle attività quotidiane,
  • dolore pelvico durante o dopo i rapporti sessuali,
  • sintomi gastrointestinali associati alle mestruazioni o anche indipendenti dal ciclo, in particolare peristalsi dolorosa,
  • sintomi urinari associati alle mestruazioni e alla minzione o ciclici
  • dolore pelvico cronico,
  • infertilità, soprattutto se associata ad uno o più dei sintomi precedenti.

Un corteo sintomatologico localizzato al basso ventre che torna ciclicamente in concomitanza con le mestruazioni, quando inizia a non dar tregua anche nella quotidianità, determina ripercussioni sullo stato d’animo e umore, più che comprensibili. E nonostante sia stato fatto tanto in termini di informazione e sensibilizzazione, per molte donne la diagnosi arriva ancora troppo tardi: in alcuni casi sei-sette anni dopo l’insorgenza dei sintomi.

Un campanello d’allarme può essere la familiarità. Se una sorella o la mamma soffrono di endometriosi non bisogna sottovalutare la situazione ed è necessario indagare con una visita ginecologica e soprattutto con l’ecografia transvaginale, possibilmente da un ginecologo esperto di diagnosi e terapia di questa malattia. Quando c’è una componente “genetica” il rischio di sviluppare la malattia è sei-otto volte maggior.

Il trattamento iniziale prevede l’utilizzo di antidolorifici al bisogno. Se la donna non sta cercando una gravidanza pillola, cerotto o anello assunti in regime continuo, quindi senza pausa, sono la terapia di elezione. La terapia ormonale in regime continuo pur non essendo risolutiva, in quanto non azzera le lesioni che possono riprendere alla sospensione, comporta un blocco delle mestruazioni. E poiché i sintomi dolorosi causati dall’endometriosi sono collegati prevalentemente al ciclo mestruale, la sua assenza dà un respiro di sollievo e al tempo stesso diminuisce l’infiammazione dei tessuti dove l’endometriosi si è impiantata con conseguente azzeramento del dolore.

Nei casi in cui l’assunzione di estrogeni sintetici è controindicata, la terapia ormonale alternativa può essere l’impianto sottocutaneo o lo IUD medicato. Da alcuni anni il dienogest 2 mg, in regime continuo, ha come indicazione terapeutica il trattamento dell’endometriosi e della sua sintomatologia dolorosa. Tuttavia, non essendo un anticoncezionale, va prescritto con cautela in donne che non stanno cercando la gravidanza anche se un eventuale concepimento è altamente improbabile con un uso corretto; comunque la donna va invitata ad usare altri anticoncezionali non ormonali.

Poiché l’endometriosi è una malattia cronica, la durata della terapia ormonale non può che essere a lungo termine con interruzione quando si cerca la gravidanza o in menopausa conclamata. Diversamente, la sospensione della terapia riduce l’effetto protettivo acquisito. Nei casi in cui l’endometriosi necessiti dell’intervento chirurgico, la terapia ormonale va proseguita anche dopo l’intervento fino al momento in cui si decide di iniziare la ricerca della gravidanza.

L’American Society for Reproductive Medicine raccomanda di massimizzare l’uso del trattamento medico ed evitare, dove possibile, l’intervento chirurgico soprattutto ripetuto. L’approccio terapeutico conservativo mira a risolvere il dolore e favorire la ricerca della gravidanza.  L’età è dirimente ma la regola è di non fidelizzarsi a una sola terapia.

Con l’aggiornamento dei Livelli Essenziali di Assistenza del 2017, l’endometriosi è finalmente entrata nell’elenco delle malattie croniche invalidanti che danno diritto all’esenzione nei casi più severi, ovvero quelli di terzo e quarto grado. Pertanto, visite di controllo ed esami strumentali, per questa malattia, sono ora a carico del SSN mentre le terapie per ridurre la sintomatologia dolorosa (trattamenti ormonali o analgesici) rimangono a carico delle pazienti.

Dr.ssa Fiammetta Trallo – Specialista in Ginecologia e Ostetricia e Giornalista pubblicista

L’autore

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