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L’Europa autorizza l’utilizzo del glifosato per i prossimi 5 anni. Ma i dubbi restano

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Scritto da Capitale Salute

È un diserbante che elimina indistintamente tutte le erbe infestanti, introdotto sul mercato negli anni ’70 dalla Monsanto. Oggi il glifosato è l’erbicida più utilizzato al mondo: dalla sua introduzione ne sono state spruzzate sui campi quasi 9 milioni e mezzo di tonnellate, perché è economico e semplice da utilizzare.

Dal 2001 il brevetto della Monsanto è scaduto, e il glifosato viene utilizzato da molte aziende non solo in agricoltura, ma anche nei prodotti per il giardinaggio e soprattutto per la manutenzione del verde pubblico, per eliminare le erbe infestanti dai bordi di strade, autostrade, binari ferroviari.

La prima autorizzazione comunitaria per il glifosato, in base alla normativa sui pesticidi, risale al 2002 e le agenzie regolatorie dell’UE rivalutano periodicamente la sicurezza per la salute e l’ambiente, tenendo conto di nuovi dati, in modo che le autorità competenti possano decidere se rinnovare o meno l’autorizzazione per la commercializzazione.  Nel 2017 Italia, Olanda, Francia e Svezia hanno espresso parere contrario al rinnovo ma ciò non è bastato a mettere al bando la sostanza, e la votazione europea ha recentemente stabilito il rinnovo dell’autorizzazione per i prossimi 5 anni all’utilizzo di questa sostanza sulla cui sicurezza, nel frattempo, si sono sollevati non pochi dubbi.

Nel 2015, infatti, lo IARC, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro, che fa parte dall’Oms, ha inserito il glifosato nella lista delle sostanze “probabilmente cancerogene”.

In particolare, in alcune analisi epidemiologiche, l’erbicida sarebbe stato associato al linfoma Non-Hodgkin. Il rischio varrebbe in particolar modo per chi vi è esposto nell’attività lavorativa, soprattutto gli agricoltori, ma residui di glifosato, come degli altri pesticidi, possono arrivare a chiunque attraverso il cibo, sebbene la loro presenza sia strettamente controllata e regolamentata. Inoltre, l’utilizzo in attività extra-agricole (la manutenzione del verde), può determinare la contaminazione delle acque, in particolare quelle superficiali, come indicato dal rapporto dell’ISPRA sui pesticidi nelle acque in Italia, datato 2014. Nel novembre 2015, l’EFSA, invece, ha pubblicato una nuova valutazione del glifosato nella quale, in contrasto con la conclusione della IARC, affermava che «è improbabile che il glifosato sia genotossico (cioè che danneggi il DNA) o che rappresenti un rischio di indurre cancro per l’uomo».

Le due agenzie (IARC e EFSA) operano con procedure rigorose e stringenti, ma diverse. Inoltre, per legge, l’onere della prova spetta alle industrie produttrici: sono loro a dover produrre studi e ricerche per dimostrare che la sostanza che vogliono commercializzare non sia dannosa per la salute. Questi studi sono finanziati dall’industria ma vengono svolti in centri di ricerca certificati, e secondo linee guida internazionali. IARC nelle sue valutazioni per classificare le sostanze cancerogene non ha fatto riferimenti a questi studi, ma solo a quelli pubblicati su riviste scientifiche, mentre EFSA deve necessariamente fare riferimento a entrambe. Le parti in causa la vedono dunque in modo molto diverso.

Anche se il giudizio sulla potenziale pericolosità è incerto, numerosi Paesi hanno da tempo adottato misure precauzionali per ridurre l’uso inappropriato dei prodotti contenenti glifosato. In Italia un decreto del ministero della Salute del 2016 ha stabilito che il diserbante non si potrà più usare nelle aree “frequentate dalla popolazione o da gruppi vulnerabili quali parchi, giardini, campi sportivi e zone ricreative, aree gioco per bimbi, cortili e aree verdi interne a complessi scolastici e strutture sanitarie”. Un altro decreto del ministero della Salute ha poi stabilito che i prodotti che contengono ammina di sego polietossilata accoppiata al glifosato – una combinazione che secondo il rapporto dell’EFSA potrebbe essere responsabile degli effetti tossici sull’uomo – debbano essere ritirati dal commercio e che il loro impiego da parte dell’utilizzatore finale debba essere vietato.

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