I consigli dell'esperto

Rallenta il tempo con la papaia fermentata

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Scritto da R C

Dr. Giorgio Crucitti, medico estetico e docente SIMF

La sua fama risale a metà degli anni ’80, quando il virologo Luc Montagnier la prescrisse ai malati di AIDS per le sue proprietà immunomodulanti. Da allora le ricerche sulla papaia fermentata si sono moltiplicate, assegnandole il titolo dell’antiage più “documentato” venduto in farmacia.

Come agisce il suo cocktail di principi attivi? «Recenti studi hanno dimostrato che la papaia fermentata riduce l’infiammazione cronica di fondo, all’origine della degenerazione tissutale. Da qui il neologismo inflammaging, contrazione di inflammation e aging», spiega il dottor Crucitti. «Sappiamo, infatti, che i processi infiammatori asintomatici, legati allo stress, alla cattiva alimentazione, al fumo, agli alcolici, ai farmaci, all’obesità e all’inquinamento, rappresentano il fattore scatenante delle patologie cronico-degenerative e dei tumori».

Grazie a venti enzimi proteolitici e al betaglucano, prezioso immunomodulatore, la papaia fermentata riesce a detossificare la matrice extracellulare, quel gel fuido in cui “nuotano” le cellule che, per colpa del tempo e dell’accumulo di tossine, diventa sempre più denso. Riacquistando la sua fluidità, migliora l’ossigenazione dei tessuti: le cellule vengono nutrite meglio e i radicali liberi, responsabili di quell’ossidazione che accelera l’invecchiamento, vengono neutralizzati efficacemente.

Tra le più interessanti prove d’efficacia c’è uno studio condotto dal Dipartimento di Geriatria dell’Università di Palermo, pubblicato nell’aprile del 2015 sulla rivista scientifica Mediators of Inflammations. «A 40 pazienti, affetti da Alzheimer moderato, sono stati somministrati per tre mesi 9 g/die di FPP® (Fermented Papaya Preparation), al fine di dimostrare la sua capacità di contrastare sia l’infiammazione sia lo stress ossidativo che danneggiano i neuroni», prosegue il dottor Crucitti, <<a fine cura, misurando alcuni parametri biochimici, i ricercatori hanno riscontrato una marcata riduzione della Pcr (il marker dell’infiammazione) e delle citochine pro-infiammatorie. A diminuire sono stati soprattutto i livelli di interleuchina 6, elevata in questi pazienti anziani». A titolo preventivo, è consigliabile assumerne 3 g al giorno, in caso di postumi di infezioni virali 6 g al dì, mentre per mantenere giovane il cervello e proteggerlo dal Parkinson e dall’Alzheimer è indicato arrivare fino a 9 g.

Di Rossella Briganti, tratto da Starbene, Mondadori

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