I consigli dell'esperto

Modulare l’infiammazione senza farmaci

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Scritto da R C

Dr. Carlo Maggio, Cardiologo, Nutrizionista, Naturopata, Fitoterapeuta e Direttore Scientifico AIMF Health (Associazione Italiana Medicina Funzionale).

L’infiammazione si può definire come un meccanismo di difesa non specifico innato, una risposta protettiva che il nostro organismo attiva quando agenti esterni  fisici, chimici o biologici lo attaccano: l’obiettivo finale dell’infiammazione, che si manifesta attraverso alcuni sintomi caratteristici quali calore della parte infiammata, arrossamento, tumefazione, dolore e alterazione funzionale (calor, rubor, tumor, dolor, functio laesa), è quello di eliminare la causa iniziale di danno cellulare o tissutale, avviando il processo riparativo. Per la Medicina Funzionale Regolatoria, però, l’infiammazione è da valutare nel contesto in cui compare e non come semplice alterazione da spegnere al più presto… Come spiega il Dr. Carlo Maggio: «Qualcuno sostiene che l’infiammazione (o flogosi) sia informazione. Più propriamente, l’infiammazione fa parte delle risposte ancestrali ad un insulto patogeno con lo scopo di rimuoverlo e di riparare i tessuti danneggiati. Senza dubbio, questo meccanismo di difesa è regolato da informazioni provenienti da molteplici cellule e tessuti organizzati in una matrice a quattro dimensioni, dove il tempo svolge un ruolo fondamentale. Sono coinvolti numerosi tipi di segnali: ormoni, citochine, fattori di crescita, neuropeptidi, adipochine, neuromediatori e oppioidi, per citarne solamente alcuni. L’approccio semplicistico è quello di potenziare o inibire questa risposta, mentre una visione più evoluta consiste nel modularla affinché sia in equilibrio con le necessità fisiopatologiche dell’organismo. In effetti, secondo il paradigma della psiconeuroendocrinoimmunologia e della Medicina Funzionale Regolatoria, possiamo considerare la flogosi come una funzione immersa fra le tante, a costituire il meraviglioso “universo” che è il corpo umano.»

Cosa suggerisce allora la Medicina Funzionale Regolatoria per modulare l’infiammazione quando compare, ad esempio in seguito ad un attacco virale, ad un trauma muscolare, ad una lesione o ferita?

«La proprietà commutativa della moltiplicazione (o della somma): cambiando l’ordine dei fattori (o degli addendi) il prodotto (la somma) non cambia. Se utilizziamo fitoterapici con le stesse modalità dei farmaci antinfiammatori operiamo sullo stesso livello: la soppressione del sintomo. Proverò, piuttosto, a descrivere brevemente una differente filosofia di intervento.

Il primo step da attuare è la rimozione dei “campi di disturbo”. Ma cosa sono?

«In Medicina Funzionale Regolatoria si presta molta attenzione ai campi di disturbo: fattori chimici, fisici, biologici e psicosociali capaci di indurre alterazioni della funzione. Ho un problema, ne identifico la vera causa, la rimuovo. Lapalissiano ma non sempre scontato! Partiamo dalla dieta. La saggezza popolare ci dice che occorre limitare i quattro alimenti bianchi infiammatori: zucchero, farina raffinata, latte e sale. A volte, questo semplice cambiamento dietetico è sufficiente a indurre notevoli miglioramenti. Non dimentichiamo la disbiosi: prebiotici e probiotici sono di grande aiuto nelle malattie infiammatorie, soprattutto per quelle localizzate a livello intestinale. Anche la sedentarietà è un campo di disturbo. Gino Bartali, uno dei più bravi ciclisti italiani, raccontava: “Gli italiani sono un popolo di sedentari. Chi fa carriera ottiene una poltrona”. La letteratura scientifica suggerisce, infatti, che l’attività fisica ha proprietà antinfiammatorie, anche a lungo termine».

Quindi un cambiamento di abitudini, a livello alimentare, ma non solo, aiuta a ridurre i campi di disturbo. E lo stress, che ruolo gioca nel modulare l’infiammazione?

«Il secondo provvedimento che un medico dovrebbe prendere può essere sintetizzato in “se vuoi la pace, prepara la pace (del parasimpatico)”. Lo stress, l’ansia e la depressione possono essere, infatti, considerati fattori di rischio cardiovascolare soprattutto quando associati ad un aumento del tono adrenergico e alla flogosi cronica. Meno noto, ma altrettanto significativo, invece, è il compito del sistema nervoso parasimpatico nel controllare l’infiammazione. L’aumento locale di alcune citochine infiammatorie, come il TNF-alfa e l’IL-1β, è rilevato dalle fibre afferenti del vago che raggiungono il nucleo del tratto solitario, a livello del tronco encefalico. Da qui partono dei segnali per il nucleo dorsale, motore del vago, localizzato nel tronco encefalico, che va a modulare l’infiammazione a livello periferico. Si parla, appunto, di controllo colinergico dell’infiammazione, una risposta fisiologica che giustifica l’importanza di tutte quelle tecniche in grado di potenziare l’attività del parasimpatico, ovvero discipline quali il Qi Gong, la mindfulness, il metodo PNEIMED, eccetera… Il “terzo provvedimento” ci suggerisce, invece, l’importanza di “tenere a bada gli amici dei nemici”, perché ormai sappiamo bene come l’infiammazione cronica sia profondamente legata allo stress ossidativo, con un potente effetto sinergico. Quando la flogosi diventa un nemico per il nostro organismo, anche lo stress ossidativo e l’accumulo di radicali liberi rappresentano un pericolo. Sappiamo, a nostro vantaggio, che alcune sostanze, come per esempio la Papaia fermentata, che è un potente antiossidante, hanno contemporaneamente attività antinfiammatoria. Un interessante studio (Marotta, 2007) ha mostrato una riduzione significativa dei livelli di IL-6 e di TNF-α negli anziani in seguito a somministrazione di Papaia fermentata per 3 mesi. In sostanza, i livelli di queste citochine infiammatorie, durante il trattamento, diventano simili a quelli rilevabili nei giovani. Questo risultato l’ho definito “effetto Cocoon”, dal film di Ron Howard del 1985 (Cocoon – l’energia dell’universo), il quale narra del ringiovanimento di alcuni vecchietti che fanno il bagno in una piscina dove sono custoditi degli energizzanti baccelli alieni».

Ci sono altre condizioni concomitanti da tenere sotto controllo per arrivare a modulare l’infiammazione in modo naturale, senza “spegnerla” del tutto e potendone così sfruttare gli effetti benefici per i quali in realtà si accende?

«Esiste una fortissima interazione fra sonno e sistema immunitario. Un’eccessiva attivazione del sistema immunitario causa fatica e insonnia. Parimenti, un sonno di qualità e quantità ridotte determina uno squilibrio immunitario con infiammazione cronica di basso grado. Con il tempo, può crearsi un circolo vizioso per cui la flogosi cronica induce alcune alterazioni del sonno che, a loro volta, impediscono una risoluzione del processo infiammatorio. Numerosi studi e linee guida sottolineano l’importanza della terapia cognitivo-comportamentale nel trattamento dell’insonnia. Da sottolineare anche l’utilità della Melatonina, ormone che regola il ciclo sonno-veglia, nel trattamento naturale dell’insonnia. In effetti, la Melatonina ha anche proprietà antinfiammatorie, ad esempio contrasta la traslocazione nucleare del fattore di trascrizione NF-kB, uno dei principali mediatori della flogosi. Inoltre, inibisce l’attivazione dell’inflammasoma NLRP3, complesso multiproteico in grado di attivare la caspasi-1 infiammatoria che può causare la morte flogistica cellulare (piroptosi). Del resto, la Melatonina è spesso impiegata con successo nell’insonnia, in associazione alla fitoterapia (Biancospino, Valeriana, Scutellaria, Passiflora, Ashwagandha, eccetera) ».

Esistono dunque anche preparati fitoterapici, dalla Papaya fermentata ai fitoestratti, contro l’insonnia, che possono aiutarci. Ma è proprio necessario ricorrere agli integratori?

«Il poeta Paul Verlaine ha scritto “L’inferno è l’assenza”, e credo che questo verso calzi a pennello per descrivere il ruolo dell’integrazione nella prevenzione di patologie di vario genere. La storia della medicina narra che lo scorbuto e il rachitismo erano considerate malattie infettive prima di scoprirne la vera natura: non la presenza di un agente infettivo ma l’assenza (o meglio la carenza) di alcune vitamine, rispettivamente della C e della D. Se vogliamo evitare l’insorgenza di infiammazione cronica, il nostro organismo deve essere rifornito di tutti gli elementi essenziali, fra cui: gli Omega-3, la Vitamina D e la Vitamina K. Il metabolismo degli Omega-3 è, ad esempio, in grado di generare alcuni composti antinfiammatori, come le resolvine, le protectine e le maresine. La Vitamina D regola l’attivazione del fattore NF-kB, evitando un’eccessiva formazione di TNF-α e IL-6. D’altro canto, la Vitamina D incrementa i livelli intracellulari di glutatione, potente antiossidante endogeno, scongiurando lo stress ossidativo da eccesso di radicali liberi. Un aspetto meno noto, invece, è relativo alle proprietà antinfiammatorie della Vitamina K2. Questa vitamina attiva l’osteocalcina che opera sul pancreas, sul tessuto adiposo e sul muscolo, migliorando la sensibilità all’insulina. Ancora, la Vitamina K2 è in grado di attivare la proteina Gla di matrice che riduce il rischio di microcalcificazione dei tessuti molli, potente stimolo infiammatorio locale. In sintesi, dovremmo valutare l’utilità dell’integrazione di Omega-3, Vitamine D e K2 per ridurre il rischio di infiammazione locale e sistemica».

Un nuovo approccio alla gestione delle patologie di origine infiammatoria, dunque?

«L’infiammazione cronica è alla base di numerose malattie e dobbiamo sforzarci di comprenderne tutte le sfumature. La realtà fisiopatologica di questo processo è molto complessa e occorre uno sforzo particolare nel reperire tutte le risorse disponibili per affrontarlo con cognizione di causa. Urge il coinvolgimento di un trattamento anche non farmacologico. Un modesto ma utile suggerimento ci è offerto dalla psiconeuroendocrinologia e dalla Medicina Funzionale Regolatoria, modelli che dovrebbero far parte del bagaglio culturale di chi ha a cuore la cura della salute nella sua accezione più ampia. Perché non dovremmo mai dimenticare, noi medici, che “Più cose conosci e più rischi di curare bene il tuo paziente” ».

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